Deontologia della barbarie

Come sconfiggere l’ansia vagando in un’astronave.


Tempo di lettura: 5 minuti

Ho fatto un sogno strano stanotte.

Una volta tanto non venivo torturato a sangue da qualcuno convinto mi scopassi la sua ragazza.

Oddio nei sogni di solito me le scopo per davvero. Ma mi beccano sempre. E incazzati come le belve mi prendono, mi legano, mi incatenano a dei dischi di Norimberga e cominciano a sezionarmi, tipo qualche volta mi tagliano il cazzo (che in fondo ha senso), le palle (pure questo), le mani o direttamente le braccia (questo pure), la lingua (eh si, questo ha molto senso), i piedi (no, questo per qualcuno potrebbe avere senso, però per me non tanto), a volte mi hanno dato fuoco…una volta mi hanno riempito di benzina le spalle (analisti freudiani, che ne pensate?) e spesso mi cavano i bulbi oculari con un cucchiaio facendomi gridare così tant-

 

Va bè ho reso l’idea.

Torniamo a noi.

Ho fatto questo sogno, dicevamo. Ero in un corridoio stretto e senza luce, claustrofobico, che ricordava molto i corridoi della nave Nostromo in Alien

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Una cosa così, insomma

Io vi vagavo, spaventato, senza sapere dove andare, pieno di ansie, paure, frustrazioni. Il cuore batteva come la cassa di una serata frenchcore (e forse c’era anche del frenchcore in sottofondo, ma non ci metterei la mano sul fuoco).

Come fu, come non fu, nella mia marcia del terrore mi imbatto in qualcosa di assurdo.

Questo?

Questo?

 

 

 

NO.

Anche se mi sarebbe piaciuto.

 

 

 

 

Questo, allora?

Questo, allora?

 

 

 

 

NEANCHE.

Per fortuna.

Mi sono trovato davanti un display touchscreen.

“E che cazzo c’è di strano in uno schermo touchscreen in quel che sembra corridoio di un’astronave?” direte voi, miei piccoli e tecnologici lettori.

“Benché sulla Nostromo in Alien non fossero presenti schermi touchscreen” ribatteranno i piccoli lettori un po’ più fissatelli e nerd di ‘sto gran bel paio di palle pelose e sudate, che per questo motivo verranno randellati da me e Jerry Calà/Taxi Driver, in un tripudio di mazzate e sangue che manco The Raid.

Comunque no. Non c’è niente di strano in uno schermo touchscreen.

Era quello che era scritto sul display.

In giallo su fondo nero erano elencate

TUTTE LE MIE ANSIE

che non starò qui ad elencare, ma in fondo sono quelle brutte che la notte non ti fanno dormire tipo

Sbrigati a laurearti, Riuscirai mai a trovare un lavoro decente? E una donna decente? Uscirà mai un reboot in chiave splatter dei Power Rangers? Pensa a quanto hai speso male\il tuo tempo\che non tornerà\non ritornerà\mai (tuzz tuzz – onde del mare – tuzz tuzz e synth che fa parapara-parara-pararararà).

Come d’istinto metto il dito sullo schermo e mi rendo conto che posso trascinare le ansie. E le trascino fuori dallo schermo, in modo da eliminarle. Ogni volta che ne trascino via una, mi parte un peto colossale.

Avevo bevuto molta birra, quindi i peti erano reali, oltre che plausibili.

E cazzo se facevano rumore, quasi mi svegliavano. Roba da Paviglianiti.

Sta di fatto, però, che per ogni ansia cancellata e ogni peto che rombava sotto le lenzuola, io mi sentivo più leggero. Il corridoio faceva sempre meno paura. Magari diventava pure un po’ più luminoso. Magari compariva anche Sigourney Weaver (dell’84) e Charlize Theron (di qualsiasi anno.  dal  giorno in cui ha raggiunto la pubertà ad ora) e facevamo una cosa a tre.

“Ma tecnicamente Charlize Theron non è mai stata sulla Nostrom-

 

Zitti.

 

Jerry Calà/Taxi Driver.

 

Mazzate. The raid. Specie la cosa del balcone che ancora mi fa venire un brivido ai testicoli ogni volta che la vedo.

 

Shh.

 

Bravi.

Stavamo dicendo.

Ho perso il filo.

Ma in fondo il succo è questo…

no, niente, non mi ricordo.

Perché dall’ansia non si scappa, fosse tutta aria o magari un succo all’albicocca. Un sistema di difesa che diventa strumento di offesa per il soggetto da difendere. Armi a doppio taglio dei relitti evolutivi. E relitti umani che vanno a fondo, subissati da questo mare di scorregge, ove il naufragar, purtroppo, non è affatto dolce. E non c’è modo di fuggire, mai.

Visualizzare e fare previsioni per il futuro sono il miglior modo per un ansioso di auto-sabotarsi. Le profezie auto-avveranti e altre cose così. Bisogna pensare al presente. Il qui  e l’ora (anche se fondamentalmente il qui e l’ora non esistono e di fatto la nostra mente vive nel passato).

Vivere il presente, pensare con distacco al domani. Non pensare troppo alle conseguenze. Come quella volta che stavo preparando del chili con carne e avevo a disposizione del peperoncino piri piri (per chi non lo sapesse il piri piri è un tipo di peperoncino centrafricano di rara piccantezza)

che stavo sminuzzando sapientemente a punta di coltello. Lo stavo preparando per la mia ragazza, adoravo cucinare per lei, buona forchetta e sempre curiosa di assaggiare le mie pietanze.

Arriva lei, inconsuetamente arrapata (doveva aver avuto una brutta giornata), chiacchieriamo un po’ mentre olio la padella. Lei è sempre più vicina, mi accarezza, cerca le mie labbra come un assetato cerca una fontanella in una domenica d’agosto in qualche paesino semideserto dell’Italia meridionale.

Le trova (non era difficile, erano dove le tengo di solito).

Ci strusciamo. La mia mano scivola al di sotto dell’elastico del leggings. Le faccio un ditalino.

Lei gode. Si muove sinuosa con gli occhi socchiusi.

Sobbalza.

Stringe le gambe.

Urla.

Bestemmia.

Urla bestemmiando.

Mi spinge via e scappa in bagno.

“Che orgasmo strano”, penso mentre l’immagine sfocata diventa sempre più definita davanti ai miei occhi.

Pili-pili

IL PIRI PIRI, CAZZO!

Dopo aver sminuzzato il piri piri non mi ero lavato le mani.

Cosa c’entra tutto questo con l’ansia, direte voi, miei giovani lettori?

Un cazzo.

Però ci stavo pensando, e l’immagine di lei a cavalcioni sul bidet, che piange, bestemmia, urla e mi maledice fino alla venuta di Cthulhu, mentre si lancia cucchiaiate di acqua gelida lì dove non batte il sole, mi fa tornare a sorridere, nonostante tutto sia svanito, come lacrime nella pioggia.

Come pellecchie di pomodoro nella merda.

Mi fa sentire leggero, come i peti di cui sopra, ricordardomi che va tutto bene, che il futuro non è scritto e che bisogna vivere giorno per giorno.

Come un coglione.

Giorno per giorno.

Coglione.

Mi adoro.

(sipario).

(rientra in scena) scusa ancora, Anna, e tanti auguri!

Io ho visto tanto, di questa vita.  Alcune cose, lo confesso, mi sono pure piaciute.
Tipo l’irresponsabile voglia di sbagliare sempre allo stesso modo. Sempre.
– Lorenzo Bartoli. (Roma – 7 aprile 1966 – 5 ottobre 2014)

Nell’affresco sono una delle figure di sfondo.
Talvolta scrivo stronzate. Le altre volte non scrivo affatto.
Nel tempo libero faccio la napoletana a coppe nei tornei di tressette.
ll resto del tempo sono un Dostoevskij turbosexy dai capezzoli roventi.
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