Deontologia della barbarie, Esizialesimo

Matrimonio di Selfie con Cani, Porci e noci pecan.


Tempo di lettura: 6 minuti

♥♥♥ L’altra sera sentivamo un miagolio provenire da dietro ai cassonetti, abbiamo cercato di ignorarlo, ma poi è uscito all’improvviso, tutto trotterellante, un batuffolino di pelo grigio che ci è corso incontro.

Era una zoccola.
Ci ha guardato, ha sputato ‘nterra e ha detto “Vagliù, jatevenn’ a casa, è tardi.”

Noi abbiamo urlato in coro come Paola e Chiara ai tempi d’oro “Gatttttinooooooooo!” e non ce la siamo sentita di lasciarlo lì, con il pericolo che finisse investito da un’auto, così l’abbiamo portato a casa. Subito un tipo ha approfittato del nostro momento di tenerezza e mentre eravamo ancora intossicati da ossitocina e pensieri melensi, ad accarezzare il gattino – che si è dimostrato un po’ mordace e veramente scustumato –  ci ha chiesto se poteva scrivere un pezzo qui sul blog e gli abbiamo detto di si.
Però è l’ultima volta eh, che mamma si incazza se gli portiamo altri gattini a casa! ♥♥♥


L’altro ieri,

il mio cane – che per motivi di privacy e PETA chiamerò Priscilla – mi ha chiesto di fargli un selfie.

«Priscilla, si chiama selfie perché dovresti fartelo da sola.»

«Ma io non ho il pollice opponibile!»

«It’s evolution, baby!»

«Allora fattelo con me, daiii, per favoreee!»  combo di occhioni dolci

«Vaffanculo, Priscì, vaffanculo!»

Priscilla comunque è una gran burlona, eccola allo scorso Halloween

Priscilla comunque è una gran burlona, eccola lo scorso Halloween.

Così ci siamo fatti un selfie, come due fidanzatini che si sono appena odorati il culo; che, se ci pensate bene, detto in relazione a un padrone col suo cane, fa abbastanza ridere.

No? Non state ridendo? Cazzo me ne frega, il blog mica è mio.

Ho fatto vedere la foto a tutti, a tutti ho detto che non ho resistito ai suoi occhi dolci, tutti, poi, stavano facendo partire una denuncia per molestie sessuali su un animale.

«Ma non è un animale, mi parla, ragioniamo. Crede che con la fine degli accordi di Bretton Woods del 1973 sia iniziata la crisi perché non ci sono stati più nessi con le riserve auree dei paesi.»

Tutti hanno cambiato numero e hanno chiamato il 118.

Detto questo credo che dovrei mettere la testa a posto e trovarmi una ragazza, invece di fare selfie col mio cane.

Lo penso da molto.

Soprattutto perché quando i miei parenti mi chiederanno “Allora, la ragazza?” non dovrò rispondere “Stavolta l’ho lasciata in frigo!”.
I miei parenti non mi guarderanno più come un negro albino, allontanandosi con dei passi all’indietro per mettersi a parlare con il primo che incontrano del meteo.

Il primo che hanno incontrato del meteo.

Il primo che hanno incontrato del meteo.

Magari risulterei più simpatico.
Magari andrei con piacere ai matrimoni (SBAM! BUUUM! Esplosioni atomiche! Vietnam! Antonio Razzi che canta!).

IL MATRIMONIO.

Una parola che ha l’effetto di un’ortica sulle palle.

Avete presente la preparazione dei matrimoni, quel periodo della loro vita (io ne prendo orgogliosamente le distanze) in cui si impazzisce per un tovagliolo color bianco sporco mentre tu l’avevi chiesto grigio perla? Quel periodo della loro vita in cui l’omicidio dovrebbe essere legale in nome della ragione?

Io sarei uno sposo perfetto.

«Amore, che fiori mettiamo sopra i tavoli? Peonie o ranuncoli?»

«Amore non me ne frega un cazzo dei fiori. Il giorno del mio matrimonio voglio mangiare a schifo, alcolizzarmi a cesso, tirare coca dalle chiappe di una spogliarellista. Fai tu!»

«Certo amore.»

Sarei uno sposo perfetto.

La mia sposa sarebbe perfetta se mi lasciasse fare l’ultima cosa. Ma non è così. Lei non ha ascoltato una parola di ciò che dicevo perché aveva già preso una decisione. Sui tavoli metterà i gelsomini. Ed è così che sarà la vita coniugale. Questi sono i valori della famiglia che mi sono stati chiesti. Finché morte non ci separi. W la muerte.

Se c’è un matrimonio la mattina vado a messa. Mi devo adeguare. Coloro i quali portano la macchina vanno a messa. Io la macchina non la porto perché mi devo ubriacare. I compromessi nella vita vanno accettati. Ho poche certezze nella vita.

Matrimonio ⇔ Alcool è una di queste.

Uscito fuori dalla chiesa mi chiedono:

«Ma non hai fatto la comunione?»

«Perché? Al ristorante dove dobbiamo andare non c’è il buffet? Me lo dovevate dire prima, brutti cannibali che non siete altro, mangiatori di corpi di Cristo…»

Parlavo da solo. Se ne erano andati al mio “Perché?”.

Arrivo al ristorante. Va tutto bene. Respira a fondo, mastica piano.
Ancora deve arrivare, va bene così.
Versa un altro po’ di vino; versalo anche agli altri, che è di compagnia.
Ancora deve arrivare.
Aiuta la cameriera col culo bello a sparecchiare. Rispondi “Di nulla!” al suo “Grazie!”.
Ancora deve arriv-

(BOOOOOOOOMBAAAAAAAA….Sensual! Un movimento sensuaaaal!)

Troppo tardi, è arrivato.

IL DISAGIO.

Gnam!

Gnam! Slurp! Gurgle! Glom!

Dicesi disagio quella sensazione di torpore che si prova quando hai speso tanto tempo a pregare che non mettessero i balli di gruppo e puntualmente li mettono, e lì ti accorgi che:

  1. Dio non esiste.
  2. Hai sprecato tutto il pranzo a pregare, quindi buttando nel cesso ogni dignità e anni su anni di agnosticismo attivo.
  3. Se Dio esiste, comunque ti odia.
  4. Se non ti odia, vuol dire che gli piacciono i balli di gruppo e allora era meglio che ti odiava. L’odio è un sentimento nobile.

 

Tutti si alzano, vanno a ballare. Io rimango da solo al tavolo. Accavallo le gambe e agito il calice di vino rosso,

che fa tanto intellettuale, così tutti penseranno “Quello lì è troppo intellettuale per ballare con noi, lasciamolo stare, starà pensando al senso della vita, è troppo per noi”. Mi butto il vino addosso, quindi divento umano, tutti si avvicinano. Il senso delle loro affermazioni era questo:

«Dai vieni a ballare anche tu!»

Io ho dato queste risposte, non ricordo in quale ordine:

  • «Non posso mi sono appena operato al ginocchio, a tutti e due, vi ritroverete pieni di sangue, del mio sangue, sui vestiti buoni, perché esploderanno al minimo movimento, lo faccio per voi!»
  • «Non posso, i servizi segreti israeliani per farmi parlare mettevano questa canzone che ora su di me ha l’effetto che aveva Beethoven su quello di Arancia Meccanica.»
  • «Io-no-parlo-linguaggio-no-so-gesti-che-tu-fai.»

(Mueve la colita, mamita rica, mueve la colita!!!)

  • «Ma questi sono balli latino-americani, vero? Allora non posso! Io mi sono sempre schierato contro i conquistadores e la loro politica di massacri sulle popolazioni sudamericane, non posso, non me la sento!»
  • «Non riesco a sentirti, la musica è troppo alta, andiamo a parlare fuori!»
  • «No! Tu non meriti nemmeno una spiegazione.»

(Moviendo la scalera, moviendo la scalera, moviendo la scalera swing swing swing)

  • «Se non è techno non posso ballarla, dopo i miei amici di Facebook mi tagliano il cazzo!»
  • «Il tuo tono di voce mi sta provocando una diarrea, devo correre in bagno!»
  • «C’è un’erezione in atto. Non posso venire là in mezzo, rischierei di essere arrestato.»

(Oma siba le le sul pam pam, oma siba le le sul pam pam)

  •  ***guardare fisso negli occhi l’interlocutore creando disagio a mia volta***
  • «Soffro di sindrome maniaco-compulsiva-ossessiva. Se sbagliassi un passo vi ucciderei tutti, prima di uccidere me stesso.»
  • «Mi ero messo d’accordo con tua sorella che quando partivano i balli di gruppo dovevamo vederci nell’armadio dei vestiti. Che strano posto per parlare, non credi?»

(A ti te gusta bailare a ritmo vuelta, a mi me gusta bailare a ritmo vuelta)

  • «Meglio di no, dopo me li spendo a droga!»
  • «Io sono contro i balli di gruppo perché rappresentano l’omologazione di massa che è l’anticamera di ogni regime totalitario. Il ballo dovrebbe essere creatività, fantasia, libertà d’espressione; l’avete fatto diventare una macchina per far soldi. Tutti che seguono quella che sa i passi e che fanno le stesse cose per non sbagliare, per non rimanere indietro. Dove è andato a finire il rischio? Rischierete mai?»
  • «No, a me piace ascoltare i testi, se ballo non li capisco.»

(Nossa nossa, assim voce mi mata, ai seu te pego, ai ai seu te pego)

  • «Ancora qua stai, hai capito che prima ti ho risposto con sarcasmo per non dirti che i balli di gruppo mi fanno schifo al cazzo?»
  • «Io non mi muovo da qui fino a quando i nostri marò non avranno un giusto processo!»
  • «Ma vedi d’annattene affanculo!»

 

Credo che queste siano state le risposte.
Avevo rifiutato ogni offerta consapevole del fatto che poi mi avrebbero chiesto “Perché non vuoi divertirti, perché non sai divertirti?” e io ripensavo a tutti i concerti in cui sanguinavo, con i vestiti sporchi di alcool e sperma, pogando con il pericolo di essere accoltellato dalla borchie di un metallaro inesperto.

“Sono stanco!” avrei risposto.

Fanno il trenino ed io riesco a pensare solo a The human centipede.

La mia conga è differente.

La mia conga è differente.

 

Capisco così che è ora di andarmene.
Prima però ci voglio provare con l’invitata più scatenata.

«Ciao, sono appena uscito dal bagno e non mi sono lavato le mani, posso pulirmi su di te?»

«No!» – mi risponde schifata.

«Va bene. Peccato però, credevo tu fossi unica, invece sei come tutte le altre.»

Chiavammo.

Tutto sommato ho scherzato sui matrimoni.
Continuate a sposarvi. Sennò poi io che cazzo scrivo.

 

Articolo a cura di Moby Dick,
immagini e didascalie a cura di Don Caniello,
controllo di sparatrappa e saldature a cura di Gesù Cristo.

Due con la forza di uno.
Uno con la forza di niente.
Tre palle e due mezze seghe dovrebbero bastare per ottenere una granda pugnetta, forse.
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