• Deontologia della barbarie

    Come sconfiggere l’ansia vagando in un’astronave.

    Ho fatto un sogno strano stanotte.

    Una volta tanto non venivo torturato a sangue da qualcuno convinto mi scopassi la sua ragazza.

    Oddio nei sogni di solito me le scopo per davvero. Ma mi beccano sempre. E incazzati come le belve mi prendono, mi legano, mi incatenano a dei dischi di Norimberga e cominciano a sezionarmi, tipo qualche volta mi tagliano il cazzo (che in fondo ha senso), le palle (pure questo), le mani o direttamente le braccia (questo pure), la lingua (eh si, questo ha molto senso), i piedi (no, questo per qualcuno potrebbe avere senso, però per me non tanto), a volte mi hanno dato fuoco…una volta mi hanno riempito di benzina le spalle (analisti freudiani, che ne pensate?) e spesso mi cavano i bulbi oculari con un cucchiaio facendomi gridare così tant-

     

    Va bè ho reso l’idea.

    Torniamo a noi.

    Ho fatto questo sogno, dicevamo. Ero in un corridoio stretto e senza luce, claustrofobico, che ricordava molto i corridoi della nave Nostromo in Alien

    interior5
    Una cosa così, insomma

    Io vi vagavo, spaventato, senza sapere dove andare, pieno di ansie, paure, frustrazioni. Il cuore batteva come la cassa di una serata frenchcore (e forse c’era anche del frenchcore in sottofondo, ma non ci metterei la mano sul fuoco).

    Come fu, come non fu, nella mia marcia del terrore mi imbatto in qualcosa di assurdo.

    Questo?
    Questo?

     

     

     

    NO.

    Anche se mi sarebbe piaciuto.

     

     

     

     

    Questo, allora?
    Questo, allora?

     

     

     

     

    NEANCHE.

    Per fortuna.

    Mi sono trovato davanti un display touchscreen.

  • Esizialesimo

    Konichiwa

    Sapori industriali per malesseri umani.
    Sapori industriali per malesseri umani.

    Il tanfo di ammoniaca del pavimento appena lavato mi ricordava l’odore di piscio di certi vicoli d’estate, la puzza di sigarette gli anni ’90, quando in quei posti ci si poteva ancora fumare.

    Questo bar è rimasto uguale. Uno specchio della Peroni, di quelli da boom economico, sorge e si impone alle spalle del barista, confondendo la prospettiva e la profondità quel tanto che basta a scongiurarmi un attacco d’ansia:

    di solito questi buchi, affollati di vecchi che fumano e giocano a tressette, distogliendo l’attenzione unicamente per palpare il culo alle cameriere moldave, hanno questo spiacevole effetto collaterale su di me…sarà l’assenza di spazio, l’assenza di ossigeno, l’assenza di speranza.

    Vengo qui perché in fondo torturarmi mi piace, di domenica: coltivare la propria angoscia come una delicata orchidea, innaffiarla di pessima birra, accudirla al sole dell’assenza di prospettive.

    Senza velleità artistiche, dio o chi per lui ce ne scampi. Puro masochismo, pestato a morte dalla noia, incapace di reagire. Tutto si modella al vuoto della propria anima. Ho chiamato Rigurgito e gli ho chiesto di vederci qui. Nella gola muchi acri e catramosi. Nello stomaco puro fuoco. Cherosene. Un callo purulento sul polso. Lei se n’è andata, o meglio, alla fine, ha trovato il coraggio di ammettere che, per quel che le riguardava, era tutto finito.

    Guardo il barista, mi stappa una Peroni senza nemmeno chiedere. Significa che vengo qui troppo spesso. Primo sorso e conseguenti brividi lungo la schiena. Mi guardo intorno. Incrocio lo sguardo con la moldava, mi sorride. E’ nuova. Chissà l’altra dov’è finita. Sollevo il bicchiere per brindare alla sua salute, con una smorfia che potrebbe rappresentare alla buona un sorriso. Non le piace. Distoglie lo sguardo. Abbasso gli occhi e sghignazzo.

    Lei mi ha lasciato perché aveva bisogno di spazio. Spero ne trovi a sufficienza.

    Qui dentro non ce n’è.

    Guardo fuori dalla finestra, il buio del deserto domenicale.

    DSCN1700
    “Uscir nella brughiera la mattina dove non si vede a un passo, e jastemare la maronna”.

    Un solo lampione, tre metri d’asfalto e subito dopo aperta campagna che si perde nell’oscurità.

    Tanto spazio, peccato non si veda cosa ci sia dentro.

    Un po’ come dentro di me, penso.

    E penso anche che, se avessi quindici anni, questa cazzata me la scriverei sul diario, o sul mio blog di splinder e, probabilmente, mi farebbe vedere più fica fessa di un bidet.

    Un colpo di tosse che vorrebbe essere una risata.

    Stronzate.